sabato, aprile 21, 2018

Lettera a Tiberio Bentivoglio: per noi ragazzi simbolo di speranza e coraggio

18 marzo 2016

Se devi vivere tutta la vita strisciando come un verme, alzati e muori ( Jim Morrison)

Sarà perché sento ancora la sua voce. Sarà perché il ricordo di quel pomeriggio è ancora indelebile. La palestra che era il nostro accampamento, noi seduti sulle seggiole, in cerchio, i ventilatori alle nostre spalle per rinfrescarci dal caldo calabrese di luglio. Sarà perché sono rimasta in silenzio, tramortita da quella situazione, la bocca priva di saliva. E non era per l’afa che bloccava il respiro, non era la stanchezza per le notti passate in bianco o per il lavoro al bowling. Sono state le sue parole a lasciarmi così, in questa condizione di spaesamento e sconforto, come se ciò che mi era appena stato raccontato fosse la trama di un film, non fosse reale; e al contempo esse emanavano una mistica energia, una speranza e un coraggio inspiegabili. Tiberio Bentivoglio. Capelli bianchi, occhiali sul naso, viso segnato dal tempo, maglietta blu a mezze maniche, postura flessa. E’ un imprenditore Reggino, ha un negozio di articoli per i neonati da circa quindici anni. E’ sotto scorta, ventiquattro ore al giorno, i suoi figli sono controllati a vista dalla polizia poiché potenziali obiettivi, perché se non ti inginocchi, se non ti pieghi ai soprusi di ‘ndrangheta la tua vita diventa una lotta quotidiana. Poco dopo aver aperto la propria attività, nel centro di Reggio Calabria, i pizzini hanno bussato alla sua porta. Paga, ogni mese. NO. Apparentemente come risposta sembra semplice, si tratta in fondo di due lettere. Ma è tutt’altro che facile per Tiberio dire quel no. è consapevole di ciò che sta per affrontare, ha scelto da che parte stare e ne paga le conseguenze. Minacce, intimidazioni. La prima volta che il negozio viene divorato dalle fiamme è davvero un colpo duro per i due coniugi. Bisogna ripartire da zero, da ceneri e macerie, con la puzza di fumo che ottura le narici, ma bisogna ricominciare, sempre a testa alta. Ma la paura in contesti come Reggio, dove la cultura mafiosa cresce con te, dove quando passi da un quartiere all’altro sai benissimo nel territorio di quale boss stai entrando, dove tenere gli occhi bassi, stare zitti e non fare domande ti viene insegnato dai tuoi stessi genitori, è un’erbaccia difficile da estirpare e i clienti che un tempo erano abituali diventano apparizioni sempre più sporadiche e rare. L’attività comincia ad entrare in difficoltà economica, la preoccupazione per i debiti affolla la mente degli imprenditori. Una notte una bomba fa saltare in aria parte del quartiere in cui la famiglia Bentivoglio vive. L’ordigno viene piazzato accanto al negozio che una seconda volta è andato in pezzi. Non ne rimane nulla. Ma ciò che più fa male e distrugge non è il fatto che nuovamente il negozio vada in pezzi, ma che, nonostante le luci accese del vicinato, svegliato dal rumore della deflagrazione, nessuno si faccia avanti per prestare soccorso e conforto. I vicini, gli amici si nascondono, abbassano le serrande, lasciando Tiberio in uno stato di abbandono e solitudine che non si sarebbe mai immaginato. Iniziano le denunce, i processi contro le ‘ndrine. è un percorso lungo, faticoso, ma il desiderio di giustizia è più forte di ogni avversità. E’ il 2011: una mattina esce di casa per andare al lavoro. Gli sparano alle spalle. Se è ancora vivo lo deve al marsupio che portava, che ha deviato la traiettoria del proiettile che altrimenti gli avrebbe perforato un polmone. Viene colpito alle gambe, portato al pronto soccorso e resta in ospedale per circa due settimane. Quando la situazione clinica sembra essere stabile può tornare a casa, ma deve restare a riposo per un mese. Ma ancora una volta Tiberio non vuole mostrare ai suoi avversari, alle cosche calabresi, che lo hanno davvero messo in difficoltà, non vuole dargli questa soddisfazione, e dunque torna al lavoro, nonostante la convalescenza. La magistratura gli affida una scorta, valida solo per lui e per la moglie. I suoi figli, ancora adolescenti, sono messi sotto sorveglianza, monitorati a vista dalla polizia. Tiberio diventa un testimone di giustizia, e attraversando lo stivale racconta la sua storia. E la narra con un velo di amarezza, con un certo rammarico. “Si è mai pentito della propria scelta? Non pensa mai a come sarebbe la sua vita se avesse detto di si?” “Ci penso spesso, ma la mia moralità non mi avrebbe permesso di fare in altro modo. E’ vero: ora sono in una gabbia. Mi sono state sottratte le mie libertà. Mio figlio mi chiede frequentemente quando riusciremo a prenderci una pizza insieme. Io e lui da soli, senza essere sotto gli occhi della scorta. E se c’è una cosa che rimpiango è il fatto che avrei potuto fare di più: quando sporsi denuncia le prime volte ero inesperto, della burocrazia, della giurisdizione e sopratutto ero spaventato. I tempi di attesa erano dilatati e io non pressavo su magistrati, poliziotti e istituzioni per ottenere la verità. Con il passare del tempo il tribunale è diventata la mia seconda casa e ho preso dimestichezza con questo mondo che prima mi era del tutto estraneo. Se avessi avuto prima questa forza d’animo, avrei potuto fare altre denunce, fare il nome di molte altre persone. Non sapete quanti collusi e corrotti ci siano: politici, poliziotti, commercianti, ecclesiastici e anche dei miei cugini. Denunciare, liberarsi dell’omertà ti pone in una condizione di emarginazione. Mia moglie, che da anni andava dal medesimo parrucchiere, una volta indetti i processi non fu più ammessa nel negozio. Ho dovuto cambiare fruttivendolo dal quale andavo sin da bambino. Ma ho fatto la mia scelta. E ne ho pagato le conseguenze. Ho barattato la mia serenità con la giustizia.” Restiamo tutti in silenzio, i volti attoniti e la mente un susseguirsi di pensieri. Il campo estivo di Libera ci ha dato questa opportunità, di incontrare davvero, di toccare con mano una realtà che da noi è distante. Ne sentiamo parlare e ne parliamo ma, avere davanti agli occhi una persona che quotidianamente è coinvolto in questa situazione è diverso. Quelli come questo sono incontri che cambiano, che smuovono qualcosa dentro. Sarà per questo che quando lunedì mattina, il 29 febbraio, aprendo il telefono e leggendo che nuovamente il negozio di Tiberio è stato incendiato, mi cedono le gambe. E mi salgono rabbia e sconforto. Com’è possibile? Di nuovo? Mi mancano le parole. Testardo? Si può chiamare testardo un uomo che rifiuta l’illegalità? Un uomo che da più di vent’anni ormai, scegliendo la strada più difficile e pericolosa, continui a negare: no al pizzo, no all’ ‘ndrangheta, no all’ ingiustizia, no alla criminalità, un uomo che ha subito un attentato alla propria vita, che ha visto il suo negozio bruciare più volte, ma sopratutto un uomo che ha dovuto rinunciare alla libertà di vivere una vita serena; tutto questo per un NO? E’ quindi forse segno di testardaggine continuare a pronunciare quel “no”? Probabilmente si; Tiberio è un uomo davvero testardo, ma bisogna essere orgogliosi di questo suo carattere; del resto ce lo insegnano anche i miti e le favole, certe volte occorre essere testardi per raggiungere i propri obiettivi. Ma questa volta le cose vanno diversamente: i Reggini non si nascondono, non si chiudono in casa. Questa volta scendono per le strade, si riuniscono davanti a ciò che rimane del negozio. Il sindaco si mette in piedi sui resti di un fasciatoio, con un megafono in mano. “Reggio Calabria non vuole morire; Reggio Calabria vuole rinascere e che chi sta sul percorso della rinascita e della legalità non viene lasciato da solo”. La comunità ha scelto l’onestà e la giustizia. Ha detto no al pizzo e si è stretta intorno a Tiberio e la sua famiglia. Allora il seme della speranza torna a essere gettato. E quindi ricordiamocelo, si può sempre cambiare. La mafia verrà sconfitta solo da mutazioni come questa: una città che dice di NO. Qui non ci sarà il mare calabrese e il sole cocente, ma la mafia si. E ricordiamoci anche di Tiberio, e prendiamolo a modello del nostro quotidiano, in questo modo lo aiuteremo e lo sosterremo, lottando ogni giorno contro l’ingiustizia e l’illegalità, anche nel nostro piccolo, ogni singolo momento.

Grazie Tiberio.

Teresa  Liberatore
e Anna Pederzani

Foto: Dario Grilletto

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